Il vento freddo ha spopolato le strade; nella notte, i giardini bui sembrano aspri rifugi, per chiunque abbia qualcosa da nascondere, il corpo o la coscienza. Brasco vede un cancello aperto; entra in un giardino di oleandri, con palme e alberi di alto fusto.

Tra le palme scorge una statua grigia; è una donna gigantesca, seduta, la testa seminascosta tra i rami di un ippocastano. Attratto dal calore che la statua irradia, Brasco ci si arrampica e si siede sulle ginocchia della donna. Il vestito è un vero vestito di stoffa, le membra della statua sono morbide e diffondono un odore che Brasco crede di riconoscere; finalmente capisce che è l'odore familiare di sua madre. Commosso, come usava fare da bambino, cerca il grembo caldo e ci si rannicchia; con la mano sinistra si aggrappa alla stoffa e sotto le dita ritrova il ventre molle, palpitante di vita generosa. Così annidato, Brasco non sente più il vento freddo che scuote i palmizi; con la testa appoggiata su quel ventre, delicatamente mosso da una respirazione regolare, si sente perdonato. La dolcezza del perdono lo fa piangere, un pianto in cui si sciolgono anni di disperazione, di umiliazione e solitudine. Dimentico, protetto, a poco a poco piangendo si addormenta. Ma non appena si è addormentato, sogna, e nel sogno ritorna alla sua povera camera d'affitto; rassegnato, mangia il pranzo freddo che gli hanno lasciato sul tavolo, poi si corica nel suo lettino stretto, come uno che si coricasse in una tomba.

 

J. Rodolfo Wilcock
Lo stereoscopio dei solitari, Adelphi 1972, 1990, 2017

Gli occhi di smalto fissano il mistero dell'aldilà come se fosse un topo, e può ben darsi che lo sia. Visse tremila anni fa; si chiamava Ik-men-ha-kaf, che significa qualcosa come il lampo o il fulmine; ma quei tempi come adesso nessuno usava il nome intero per rivolgersi a un gatto o chiedergli un favore, così che lo chiamavano Ik, e più spesso Ik-ik, ch'è fulmine abbreviato.

Abitava a Abido, in una casa dai tetti bassi, ma anche così il tetto gli sembrava troppo elevato, inutile spreco per un così semplice labirinto, talmente elementare che dopo due o tre giri ne conoscevi tutti gli ingressi e tutte le uscite. Ik-ik era stato portato da Tebe all'età di tre mesi, e i primi giorni non riusciva in verità a distinguere gli ingressi dalle uscite, doveva fermarsi sulla soglia per studiare i percorsi più adatti; finché non giunse alla conclusione che ingressi e uscite coincidevano, si trattava di una distinzione puramente accademica. Da quel giorno trascorse molte ore fuori, talvolta si spingeva fino al Nilo e ritornava con un pesce marcio, alta la testa per non farlo trascinare nella sabbia e la melma. Una notte, dalla riva, vide passare una barca luminosa con sopra una grossa mucca, che tra le corna portava la luna; era molto lucida, questo vide, ma il fatto rientrava nell'ordine per lui estraneo delle cose del fiume, e non ci fece caso. Nonostante quel tetto ridicolamente distante dal pavimento, accettò quella casa come sua; ma per molti anni, anzi fino alla morte, dovette condividerla con un numero variabile di esseri umani, che forse erano sempre gli stessi, o sembravano gli stessi. Quelli che lo conoscevano lo chiamavano Ik-ik, quelli che non lo conoscevano lo chiamavano "Mjw", ossia Miao, ch'è la parola egizia per gatto; alcuni dicevano che era bianco con macchie nere, altri che era nero con macchie bianche. Qualunque nome usassero per chiamarlo, Ik non venne mai. Morì come si suol dire eroicamente, di un ascesso alla coda provocato dal morso di un altro gatto; molto prima di morire perse la conoscenza, e finché non la perse credette che si trattava di un malessere passeggero; e può ben darsi che lo fosse. Si era rifugiato presso l'ingresso di un sepolcro rotto; i suoi servitori lo rinvennero e lo fecero imbalsamare.

 L'imbalsamatore, come si usava in quegli anni, gli congegnò con le fasce un corpicino da uomo, coi suoi due piedi o meglio il suo singolo piede o piedistallo di argilla; questa era l'usanza a Abido, doppiamente biasimata a Tebe: perché i gatti non hanno un piede né due bensì quattro zampe, che vanno avvolte con il corpo?, e perché nel cimitero dei gatti le mummie non riposano dritte ma sdraiate come tutti i mortali. Le lunghe strisce sottili di lino che fasciano la sua salmuccia, di colori non troppo vivaci adatti a un gatto anziano, appaiono intrecciate secondo il più elegante disegno geometrico per gatti; attorno al collo la benda si stringe in un fitto collare lasciando libera la testa impeccabile. Il viso è pieno, il naso sottolineato da un tratto sapiente, le orecchie dritte e attente; lo sguardo è pronto al balzo nei millenni. Su una lastrina di piombo, il suo nome in demotico: "Ik-men-ha-kaf-Mjw".

 

J. Rodolfo Wilcock
Lo stereoscopio dei solitari, Adelphi 1972, 1990, 2017

Il ragno si annoia, ma non sa di annoiarsi. Ha già percorso diverse volte la sua tela e ha rammendato gli squarci; poi, per fare qualcosa, ci ha aggiunto qua e là delle piccole migliorie, piuttosto inutili poiché nessuno arriva.

È stato uno sbaglio tessere una ragnatela in quel posto così solitario. Infastidito dai calabroni che gli stracciavano la tela per poi andarsene come erano venuti, il ragno ha scelto un angolo sicuro ma deserto, e ora si annoia. A volte un seme leggero, portato dal vento, si imbatte nei fili; il ragno si affaccia, diffidente e speranzoso, fa per avvicinarsi, capisce che è stato un falso allarme e rientra nella sua galleria conica insaccata tra due foglie morte. Tanto lavoro per niente.

Alla fine il ragno lascia la sua tela e va a fare quattro passi sull'oleandro in fiore. Si sente nell'addome la voglia di fare dei fili, tanti fili. Ne attacca uno a un ramo e si lascia cadere, appeso alla cordicella lucida che gli vien fuori dal ventre: è il suo passatempo preferito, quando non sa che fare. Il suo corpo come un carboncino luccica dondolandosi al sole; un'aria tiepida gli carezza i peli neri delle zampe. Finché non viene avvistato da un passero in volo; svelto, l'uccello gli si getta sopra, ma lui si è accorto del pericolo e si e lasciato cadere mezzo metro più in basso. Il passero urta contro il filo appiccicoso e prosegue il volo trascinandosi dietro il ragno appeso. Finalmente il ragno cade a terra e ancora scosso dall'emozione riprende la strada verso la tela abbandonata, ostinato, invece di fermarsi lì e tesserne un'altra.

 

J. Rodolfo Wilcock
Lo stereoscopio dei solitari, Adelphi 1990

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